roberto
di Paolo Menon

Amico mio cantore di visuali storie e di terse iridi, di multicolori giornate e d’ignude fontane dai cui seni attinge il giorno.
Amico mio giullare che non chiedi cavalli e vesti e cibo per innalzar poesia e por fine all’errare del colore sulla tela.
Amico mio sciamano che cogli l’urlo silente dei cobalti – vivificanti blu d’elfico sogno – perché suggano linfa dai tralci del sole e dai buoni déi della terra.
Come api, gli occhi posano lo sguardo mio operoso sui fiori cremisi. Sull’atletica rana che il salto spicca nell’infinito. Sull’albero dei segni che allungano la vite. Sulla vulcanica bocca che all’ ooooh dei bimbi pare assomigli. Sui galli impettiti di sanguigne cromie. Sulle diradate note di uno spartito, versate nella valigia di Petrus.
Come colori silenti frammisti a frammenti di vita, le tue tele illuminano gli oscuri, cancellano le ombre, ripristinano gli appetiti dopo la vendemmia. E ossigenano l’anima. Così come il cantare dei fiori, il profumo delle nuvole, la danza dei pesci, l’assolo dei vasi, lo sguardo della gente che osserva, dal plasma di un video rapita, gl’infiniti punti che al crepuscolo si concedono e fremono di alchemici desideri sino a tingersi d’aurora.
Ma né tu né io, amico mio pingitore, abbiamo immaginato creature vestite di buio dai capelli di luna, disegnare cerchi nell’aria e irretire l’ultima stella. Sappiamo - oh, se lo sappiamo! - che sulle dolci sommità dei colli di Conegliano, s’aggirano pallidi angeli che interagiscono con le lucciole per poi svanire dietro l’ultima luna.
E’ così che frusciano, eburnei, i mercanti di stelle prima ancora che i tuoi colori mi restituiscano il sole e le nuvole e i vulcani e i pesci e le rane.
E l’amore per la vita.

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