roberto

Le tacite intese per la comprensione del linguaggio comune sono enormemente complicate.
L.Wittgenstein

A parte gli abbellimenti e certe esagerazioni che costituiscono una comprensibile esigenza psicologica di sorvolare sui dati della quotidianità o, al contrario, di enfatizzarne l’importanza, la pittura di Bertazzon si fonda su uno spazio impiegato per l’espressione di cose che con la realtà hanno un’attinenza molto particolare.
Questo enunciato è troppo vago e generale? Farò un altro tentativo:
“Come possiamo distinguere nella pittura di Bertazzon (e in noi stessi che la guardiamo) una fenomenologia, conseguenza di esperienze emotive influenzate da simboli, inserita in un processo comunicativo verso la trasformazione in linguaggio, rispetto ad altre forme dirette come un automatismo e quasi involontarie nella loro percettibilità?”
Si pensi a quanto frequentemente, nella letteratura, nella poesia e nell’arte in generale, tale spazio si adatta, grazie agli stili degli autori, a modalità descrittive in cui gli oggetti stessi della consuetudine trovano dei riferimenti, ma bisogna anche ammettere a quanto più raramente si rivela utile per delineare delle utopie sociali.
Di solito, le situazioni conflittuali (guerre, rivoluzioni, epidemie, catastrofi, drammi individuali e collettivi, ecc.) hanno apparentemente scarsa attinenza con le rappresentazioni degli artisti, ma vale la pena di spostare l’asse del discorso critico, allo scopo di delineare alcuni punti di svolta che abbiano come compito quello di “spiazzare la normalità” della lettura del quadro come dell’opera letteraria.
Se prendiamo la storia personale di alcuni poeti del passato, è certo che se Beatrice e Laura non fossero esistite, poco importerebbe, visti i significati che i rispettivi cantori (Dante e Petrarca) hanno loro assegnato: non tanto per le individualità corporee di donne, quanto per i riferimenti al sistema relazionale che ognuno di noi, da allora è stato educato a stabilire con l’altro. In altri termini, ci troveremmo di fronte ad un apparente poetica amorosa, in realtà ad un sistema ideologico che configura un vero e proprio modello di società. Sulla marcatissima e quasi insanabile differenza tra i due poeti non è luogo di discutere qui.
Dall’incontro con la pittura di Roberto Bertazzon (esposizione alla Fiera di Pordenone nel gennaio 2003 e consultazione di recenti cataloghi) mi sono giunte poche figure, non un nudo; questo fatto è divenuto istantaneamente significativo dal momento che la produzione dell’autore suggerisce forti sentimenti ed intense emozioni.
E’ stato immediato, per me, seguire una strada di associazioni che conduce ad un precedente culturale che segnala il passaggio dalla poesia cortese alla poesia erotica, grazie al contributo degli stilnovisti, che, spostando il percorso poetico sul “legame” e, di fatto, ponendo la relazione al centro dell’ opera, hanno promosso una linea di pensiero che insiste sulla qualità dei sentimenti.
Il poeta da allora comincia a cantare se stesso, forse convinto dal fatto che ci siano meriti obiettivi nell’arte che sa praticare.
Nello sviluppo della poesia dall’età comunale in poi, l’io del poeta fa un percorso di spazializzazione, soprattutto nella poesia amorosa. Dopo Petrarca, le poesie si impreziosiscono di artifici retorici, ma la donna come oggetto del canto regredisce a “tentazione” (streghe ed emarginazione femminile nei secoli XV e XVI quando nel medioevo, due secoli prima, c’erano state donne fra giudici e medici…).
Il problema così posto, sulle parti mancanti, sui soggetti mancanti, suggerisce il fatto che Bertazzon sia particolarmente consapevole delle trappole che il gioco pittorico gli tende, con tutti gli ammiccamenti degli stili del passato (impressionisti, post-impressionisti, Cézanne, divisionisti, fauves, ecc.). Le citazioni pittoriche si incastrano e si sovrappongono le une sulle altre secondo una sequenza logico-narrativa che riceve una credibilità da una certa coerenza interna all’uso del colore.
Questo discorso va diritto al cuore tanto del lettore ingenuo, quanto di quello incallito. Possiamo dire che Bertazzon ha costruito uno stile sui riferimenti che gli provengono dall’avere interiorizzato una parte significativa della cultura pittorica europea.
Il silenzio sul nudo è una scelta fine: dovendo cedere al bisogno di rappresentare il soggetto del ritratto, preferisce raccontarci una bugia.

La rappresentazione della realtà.

“Non fu l’Amor, no. Furono i sensi”… dice Guido Gozzano, e si capisce che la cultura della realtà per Bertazzon va oltre l’avventura occasionale.
Questo problema della menzogna e della sincerità nella pittura e in particolare in quella cosiddetta figurativa, ci pone di fronte ad un momento chiave del dipingere, inteso da un punto di vista meramente tecnico.
Ci pare, infatti, di poter affermare che il bisogno del pittore di essere sincero, solitamente scambiato per una naturale e genuina inclinazione dell’artista, abbia piuttosto radici storiche le quali consistono nel bisogno sempre avvertito di stabilire un contatto con il lettore.
Ecco una possibile interpretazione delle “spiegazioni” verbali scritturali che compaiono a margine, sui bordi delle tele, nell’ultima fase delle sue pitture. Questo sembrerebbe il terreno d’incontro con il pubblico. Il possibile livello di comunicazione con tutti i sottintesi, le allusioni, i tradimenti, sarebbe altrimenti non praticabile.
Come si sa, l’artista non riproduce fedelmente quello che osserva o trae dal mondo esterno. L’espressione personale di un artista serve a far emergere quella parte originale creativa e non conformista della sua personalità. La capacità di un artista di integrare soprattutto i meccanismi arcaici della rappresentazione in un sistema di simboli sociali, ma anche di nasconderli, di fonderli lo rende idoneo a stabilire un codice di comunicazione comprensibile a molti. Sempre, però, tramite un adattamento, pena una crisi di comprensibilità.
L’attività artistica, di sicuro, è mossa da una tendenza compensatrice, avviata verso una specie di compromesso con la onnipotenza del pensiero di fronte al necessario adattamento alla realtà e quindi un adeguamento all’uso del linguaggio come estrema capitolazione all’inserimento sociale.
L’esternazione artistica è in relazione con le paure primitive, nel senso che esprime i conflitti sociali prima ancora che essi emergano nella coscienza comune, quindi ricorre l’idea che l’artista sia in anticipo.
La inevitabile necessità di un’intesa per incontrare un’affinità o un legame di sorta con l’opera d’arte, richiede una complicazione ed anche una scontata complicità.
Le letture più ingenue dell’ opera di Bertazzon indicano la freschezza, la genuinità, la luminosità, l’istintività come qualità pittoriche di riferimento.
C’è una collezione di parole non necessarie in queste impostazioni critiche, paiono un tentativo di lenire l’ urto che i quadri di Bertazzon riescono a provocare in chi li osserva. Sembra una mancanza di fiducia a lasciare il lettore solo nel coinvolgimento susseguente l’impatto con queste opere. Perciò, tutte quelle impressioni producono un affollamento che pretende di tracciare un tragitto verso la serenità, la pace, la tranquillità. Qui sosteniamo la libertà di subire l’urto provocato dalle immagini che provengono dai quadri.
Perché insistere su aspetti che relegano, respingono la problematicità quasi fosse un rompicapo, in nome della semplicità? A molti sfugge che alla semplicità corrisponde il massimo della complicazione e che la complicazione è positiva.
Visione sul Montello è un’integrazione di questa complicazione. I covoni legati e impilati sono là infatti, ma non sono naturali, sono i protagonisti dell’opera umana, ingannano con un’apparente semplicità che semplice non è. Essi richiamano una presenza inquieta: i colori della terra si distinguono da quelli del cielo e degli alberi, così come il paesaggio colturale marca il tempo che trascorre, come le nuvole in cielo…
Bertazzon presta, in altre occasioni, la sua tavolozza per la valorizzazione dei cibi e di chi li produce e li confeziona; è questo un modo per richiamare l’attenzione su ciò che si presta alla promozione, alla condivisione del buon gusto. E’ come il critico che scrive, anche se non afferra tutto del soggetto e tutto non gusta e appena…
No colori vivaci, no festa di colori. Cos’altro allora?
La simbolizzazione è la base di tutti i talenti, cioè è la base di quelle capacità grazie alle quali ci mettiamo in rapporto con il mondo circostante. I colori di Bertazzon hanno una forte valenza simbolizzante, nel senso che sono capaci di trasformare la realtà da un livello istintivo ad uno mediato, culturale; essi rappresentano una speciale sublimazione che non è imposta da un modello prestabilito di un mondo “altro”, ma si presenta come una tendenza intrinseca del vissuto individuale dell’artista.
Nella nostra quotidiana battaglia contro la consuetudine, noi cerchiamo un rapporto simbolico con la realtà invece che uno letterale, scontato, fotografico, oleografico. Accettiamo molto meglio parlare del desiderio, piuttosto che intraprendere un’azione per soddisfarlo direttamente. Man mano che attraversiamo l’opera di Bertazzon riusciamo a tollerare più agevolmente la differenza tra realtà simbolica del quadro e realtà letterale della soddisfazione libidica fuori del mondo della rappresentazione. Possiamo dire allora di progredire. Sarebbe questo un modo di proporre quel pizzico di utopia sempre più necessario ormai per noi, sempre più invischiati in progetti dai quali siamo via via più ai margini.
Può darsi che un giorno possa nascere un collegamento più felice tra questi due campi di indagine, man mano che uno diventerà più prudente nelle sue modalità espressive e l’altro meno emotivo nella condivisione delle doverose aporie della comunicazione. Il richiamo a Wittgenstein ci serve sempre, ogni volta che cerchiamo di definire i limiti tra ciò che può “essere detto” e ciò che può essere solo “mostrato”.

 

Gennaio 2004

Alberto Carraro

 

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